Del Lavoro

Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia

L’azienda è comunità. E’ insieme di uomini (e di donne!), di risorse, di beni condivisi, di obiettivi condivisi.

Quanto più è grande questa comunità, tanto più aumentano i doveri che questa comunità ha nei confronti della società a cui appartiene.

Quanto più è piccola la comunità tanto più aumentano i doveri che la singola persona che vi appartiene ha nei confronti di questa.

Le nostre aziende, sono tutte molto piccole, microaziende, micro comunità. Rispecchiano in qualche modo la forma famiglia. Famiglia di cui la società italiana va molto orgogliosa, anche grazie alla forte influenza che la Chiesa ha nella vita di tutti i giorni.

Invece, credo che sia proprio questo uno dei principali problemi del nostro tessuto produttivo. Per spiegarmi, però, torno a parlare della famiglia.

La famiglia italiana è un luogo chiuso, sia in ingresso che in uscita. Si guarda con molto scetticismo chi alla famiglia non appartiene, e si ritiene ingrato chi dalla famiglia vuole uscire; strano chi la pensa in modo differente dagli altri componenti. Questo è il luogo in cui avvengono le peggiori infamie, le più infime vessazioni, i più profondi condizionamenti.

Questo fenomeno non è solo nostro;  la differenza è che la famiglia in Italia viene enunciata come un valore, e quindi, per la società, chi non rispetta un valore è in qualche modo colpevole e quindi “peccatore”. Lascio il compito a psicologi e sociologi di spiegare come possano essere possibili fenomeni di pedofilia familiare nei confronti dei più piccoli componenti e soprattutto la giustificazione e la copertura che i più anziani riescono a costruire attorno al fenomeno. Ovviamente è un caso limite, ma come la sindrome di Stoccolma conduce una persona rapita ad assoggettarsi al rapitore, allo stesso modo la condivisione di un tetto comporta l’assoggettamento dell’individuo.

E proprio l’assoggettamento del lavoratore alle questioni dell’azienda è la conseguenza della dimensione ridotta. Ma è vero anche il contrario, in quanto la stessa azienda risulta diventare assoggettata al lavoratore, visto che il numero esiguo di addetti impone ad ognuno di loro più di un ruolo, solitamente cardine dell’azienda ed ancor di più senza mai avere la possibilità di creargli accanto una figura sostitutiva o quanto meno suppletiva.

I meccanismi che regolano le dinamiche aziendali si incancreniscono; l’orgoglio del lavoratore prende il sopravvento sul naturale scopo dell’azienda, che dovrebbe essere il profitto.

L’azienda, non risulterà più in grado di crescere, si forma un cordone ombelicale tra questa ed il lavoratore. Tutto tende a “restare piccolo”, di età, di dimensione, di obiettivi. Si tenta di lasciare il cordone sempre intatto, mentre lo scopo naturale di questo è quello di essere interrotto, in modo da lasciare liberi madre e figlio dopo un cammino condiviso. Mi fermo qui, altrimenti rischio di sconfinare nella psicologia (e già ho il timore di averlo fatto).

Il risultato però è chiaro. L’esperienza che l’azienda ed i suoi lavoratori fanno resta limitata, i doveri che l’uno ha verso l’altra si amplificano, si creano figure eroiche che si immolano allo stacanovismo, si utilizza come misura l’impegno e l’abnegazione e non il reale valore aggiunto che ogni risorsa riesce a produrre (https://guidodamiano.wordpress.com/2012/12/07/la-produttivita-e-lunica-salvezza/ ).

E l’azienda non cresce, a meno che chi la governi non abbia quella spietatezza di condizionare il lavoratore senza lasciarsi condizionare. Ma questa è un’altra storia e ne parleremo un’altra volta.

I risultati sono evidenti: scarsi investimenti, scarsa capacità manageriale, scarsa capacità di affrontare le questioni riguardanti i servizi interni e conseguente abbattimento dello standard qualitativo del lavoro ed incremento del carico e dell’impegno per ogni singola risorsa, che risultano oberate anche da questioni che non riguardano la loro operatività.

Cambiare, spostarsi, ricercare altro ed altri. Sono alcuni dei comportamenti che ci possono liberare dai legacci che noi stessi ci siamo annodati. Servirà a noi e servirà alle aziende nelle quali operiamo ed opereremo.

Servirà a non farci vivere il lavoro come lavorio (https://guidodamiano.wordpress.com/2012/12/11/carmelo-bene-sul-lavoro/) e a lasciarci più tempo e più energie per noi stessi.

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