Della Crisi, Della libertà, Pensieri

Friniti

Ho pensato alla mia terra e mi sono concentrato a raccogliere, alla ricerca tra i miei sensi, quale fosse il segno che questa mi abbia lasciato addosso più di tutti.

Sono tante le sensazioni: l’odore del mare, il rumore che questo produce all’infrangersi delle onde, il profumo dei pini, il dolce solleticare che procura la nostra sabbia bianca e sottile quando scorre tra le mani, l’arsura che sale dagli scogli bruciati dal sole, la sete, il sudore inarrestabile che scorre sul viso, l’umidità del golfo che ci bagna anche d’inverno, l’ebbrezza di un tuffo nelle acque limpide, il tepore del sole che ti asciuga sulla spiaggia, la pelle tirata dal sale, i suoni dei ragazzi che giocano al pallone, io che gioco a pallone,  i tramonti sul mare.

Ma il ricordo che riecheggia sempre nelle mie orecchie più di tutti è il suono delle cicale. Inarrestabili, nascoste chissà dove a frinire l’estate. E quanto più il sole è cocente, tanto più loro cantano. Musicale testimonianza della generosità della natura.

Avranno raccontato anche a voi la favola della cicala e della formica. L’infaticabile formica che continuava a vivere, grazie al suo spirito di sacrificio che le consentiva di riempire i magazzini della sicurezza e di approvvigionare certezze; mentre la cicala era destinata a morire, poiché lasciatasi trasportare dal canto. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, ci hanno sempre intimato.

Siamo terra di cicale; siamo cicale e dovremmo cantare per tutta la vita. E invece, ci han voluto operai. Formiche richiuse in favi di acciaio. Ci hanno fatto credere che la gioia e la bellezza non potessero nutrirci, come se si possa vivere di solo pane. Come fosse vera un’esistenza senza amore, bellezza e gioia.

Ecco il progetto per la mia terra, un insieme di lunghissimi e caldi friniti che le possano riempire la testa ed in cui possa immergersi di modo da non percepire più l’offesa e l’insulto che le hanno e le abbiamo riservato sinora: conquistata, maltrattata, stuprata, seviziata, violentata. In nome del lavoro, della sicurezza abbiamo ottenuto desolazione e povertà. Per le strade, nei formicai di lamiera che abbiamo eretto per consentirci quella sicura morte dei sensi. Perché nulla è certo come la morte; ed a cercare sicurezze e certezze non si può finire che ad incontrar la morte.

E allora, vorrei riaprire gli occhi cullato dai suoni della calda e accogliente estate; immerso nei profumi mediterranei e nei suoni attutiti dalla nostra afa; mia amata terra, signora degli ozi.

Ripartiremo dalle nostre ferite; la cura di queste sarà il nostro destino, ma anche la via della rinascita. Di una nuova cultura del ripristino, della ricostruzione. Della memoria per non ricadere nell’errore; della fantasia per non ricadere nelle consuetudini e nelle omologazioni. Ed allora la nostra terra, riemergerà dai soffocanti fumi, non più solo come bellezza esemplare quale è sempre stata, ma come esempio di ricerca e restauro di bellezza.

Solo allora, quando ti avremo curata, esausti ci fermeremo. All’ombra dei pini. Ad ascoltare i friniti incessanti delle cicale. Acclamanti melodie di rifiorita bellezza.

Dedicato a Taranto, la mia città, logorata da centocinquanta anni di controsensi.

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