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La danza dell’orrore

Joy Division era l’unico nome che potessero avere.

Perchè la musica per Ian Kevin Curtis era l’unico sfogo, come lo erano le Divisioni del piacere per i gerarchi nazisti.

Il resto della vita per lui era orrore, come vivesse in un lager: l’epilessia esorcizzata con la droga. I problemi affettivi e relazionali.

E anche per questo che Closer, opera testamentaria per Ian, lo è anche per il gruppo che termina la sua esistenza insieme a quella del suo poeta.

ian curtis

Molti sono i brani che potrebbero rappresentare, forse anche meglio, la lirica e l’opera dei Joy Division. Ma Atrocity Exhibition è sicuramente quello che mette a nudo gli stati d’animo di Ian e i motivi della sua decisione. Si può avvertire tutto il suo dolore: ritmi tribali e lirica asciutta raccontata da una voce che canta da un posto troppo lontano per raggiungerla.

La sua vita è orrore; quello stesso orrore ritenuto spettacolo da un pubblico pagante. Il suo male è orrore e al contempo spettacolo per i propri fan.

Ma l’orrore qui si veste di poesia; tutto il corpo recita, epilettico, condannato ad un’ancestrale danza indigena.

 

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