Dell'Amicizia, Della Musica, Racconti

La violazione del silenzio

Qualche giorno fa mi ritrovavo a vagare per la città. Dalla via in cui mi ero perso si intravedeva il mare: in qualsiasi punto della mia città ci si trovi si può vedere il mare, a meno che non sia stato erto un muro a coprirne la visuale.

Il mio sguardo cade sul portone d’ingresso di un palazzo e mi rendo conto di conoscerlo, di essere già stato lì. In effetti, nell’estate dell’anno del diploma, ero lì sotto assieme ad alcuni miei compagni di scuola e di avventura.

La scena mi torna in mente d’improvviso, anche non ricordando esattamente chi ci fosse quel giorno con me: aspettavamo che scendesse il nostro professore, il commissario interno per i nostri esami.

Per noi era un mito! Era il professore con cui ridevamo e giocavamo. Un maestro di vita, il nostro complice. Ed è proprio la complicità, che stavamo sperimentando anche quel giorno, in attesa di farci spifferare come fosse andata la giornata della commissione.

In realtà io non avevo bisogno del suo aiuto e, probabilmente, il suo intervento avrà avuto l’effetto di diminuire il mio bottino di fine diploma, a favore dei miei amici che rischiavano un voto inferiore. Ma avevo bisogno di quella presenza, di quella complicità, di sentirmi parte del gruppo. Avevo bisogno di farne completamente parte. E forse un voto troppo alto mi avrebbe allontanato da loro o quantomeno mi avrebbe fatto sentire distante.

 

Ognuno di noi ascoltava roba diversa, ma i Depeche Mode ci mettevano tutti d’accordo: facevano parte anche loro della nostra complicità: Enjoy the silence (dall’album Violator -1990) ce la buttavamo dentro come fosse droga e ancora oggi riesco a sentirne l’eco nella mia testa. Erano all’apice Martin e compagni, mai famosi come allora.

Si dice che se tocchi il fondo puoi solo risalire, ma allo stesso modo, che se arrivi in cielo non puoi che cadere. E così fu anche per loro. Rallentarono la produzione, cominciarono i litigi, gli allontanamenti e le re-union; l’abuso di droghe per Dave Gahan, le sue visioni e il tentativo di suicidio.

Forse Anton Corbijn aveva percepito i problemi della band quando stava progettando il video di quel pezzo, che sarebbe diventata una delle hit più famose al mondo, in cui Dave doveva interpretare un re, che vagava per il mondo con una sdraio sotto braccio, in cerca di chissà che cosa, pur possedendo tutto. Forse l’intuizione del regista era il motivo per cui la band non voleva girare quel video, ma il tentativo maldestro di sostituirlo non andò a buon fine e alla fine i Depeche Mode si dovettero arrendere.

Ora mi ritrovo nuovamente davanti a quel portone, venticinque anni dopo.

Mi avvicino con timidezza.

Chiedo a un’anziana piccola signora che esce da lì se il professore ci abitasse ancora.

Mi risponde di si.

Suono sul pulsante della tastiera del citofono, in corrispondenza del suo nome: è in casa e mi dice di salire. L’ho trovato uguale ad allora, segni del tempo a parte.

Parliamo insieme del passato, del presente.

Non passo più di trenta o quaranta minuti in sua compagnia e mi congedo da lui.

 

Avevo bisogno di guardarmi indietro per capire da dove ripartire.

Avevo bisogno di riassaporare la complicità persa di quegli anni.

Avevo bisogno.

E ancora ne avrei.

 

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