Della Crisi, Della Musica, Racconti

Cuore e Anima

Guido! Guido! La voce di mia moglie mi chiama. Ancora una volta in piena notte, a destarmi dal sonno malato sul divano; con la televisione accesa a trasmettere non so cosa; e non so cosa stesse trasmettendo quando ho chiuso gli occhi.

Ormai lei ci ha fatto l’abitudine, credo che quasi non faccia più caso a quel posto vuoto nel letto. Credo non faccia più caso al mio vuoto. E ormai nemmeno più io.

 

Quando ero ragazzo e tornavo a casa, già tardi, spesso mi fermavo davanti alla televisione, cercando di non far terminare la giornata, ma soprattutto, cercando di non farne nascere una nuova: di solito andavo a letto quando gli altri avevano consumato già più di metà del loro riposo.

Erano giornate strane quelle. Il mio essere studente pendolare non lo sopportavo, le lezioni pomeridiane mi stressavano – spesso dovevo seguire ragazzi in materie che non avevo mai visto prima –, il lavoro al computer mi stancava: ore e ore di disegno tecnico.

Non ero mai esattamente al mio posto, ma resistevo, perché non avevo alternative, o almeno, lo credevo.

L’unica fonte di energia era sempre lei: la musica. Mia musa, mio nutrimento, mia passione. Talvolta mi rinchiudevo ad ascoltarla venir fuori dalla radio di mio fratello, che cadeva a pezzi, ma che ancora per me era indispensabile. Forse quel suono distorto, prodotto da quello stanco strumento, era in simbiosi con me e con le mie storture, con le mie idiosincrasie.

E lo era ancora di più quando passava i Joy Division. La voce di Ian sembrava quasi non voler venir fuori. Era come intrappolata dentro e quello che riuscivo a percepire era solo la sua eco filtrata dalla cassa.

Vi ero legato con tutto me stesso, indissolubilmente. Sembrava che quel canto fosse l’unica cosa animata in grado di comprendere i miei dolori, le mie ansie.

 

 

Ora Ian lo ascolto sempre meno. Per impegno preso, per una promessa fatta a me stesso. Per evitare che quella voce possa spingermi giù, in un abisso dal quale non credo si riesca a tornare indietro. Questa volta, però, ne ho bisogno. Ho necessità di rigettarmi in quell’oblio:

 

Existence well what does it matter?

I exist on the best terms I can.

The past is now part of my future,

The present is well out of hand.

 

Heart and soul, one will burn…

One will burn, one will burn..

 

(Esistenza, beh che importa?

Esisto nelle migliori condizioni che posso

Il passato è ora una parte del mio futuro

Il presente è ben sfuggito di mano

 

Cuore e anima, uno brucerà…

Uno brucerà, uno brucerà…)

 

Risalgo le scale sino al piano superiore;

supero la soglia della camera da letto;

mi lascio scivolare sotto le coperte e chiudo gli occhi;

continuo a mantenerli serrati, con la speranza che ben presto si riposino, all’oscuro dei miei cattivi pensieri:

prima o poi;

insieme a cuore e anima;

prima o poi

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